Mercoledì 8 Settembre 2010
GianlucaFiusco.it


Freddo d'estate

Pensavo che il monte avrebbe messo fine alla mia voglia di raccontare. Quel vizio d’infanzia, infantile come rincorrere una palla, che fa balbettare alla bocca fino alla punta delle dita e, più in giù, fino al ghirigori della penna, parole dallo sprofondo della gastrite che, con un groppo allo stomaco, impone a quel groviglio di indistinte pulsioni che chiamiamo anima, di uscire fuori.

    Pensavo che le fronde degli ulivi avrebbero potuto trattenere, se non le parole, almeno i pensieri, ingarbugliarli sempre di più fino a renderli così confusi che districarli sarebbe stato impossibile. Che il dondolare sonnacchioso delle code delle lucertole, distraendo la mente verso più nobili attenzioni, non suscitasse pensieri più o meno fintamente poetici.

    Pensavo che tutto quello stuolo di inibitori della pompa protonica e degli altri palliativi in grado di inibire l’acidità gastrica servissero a medicare la ferita che, mimetizzata dietro lo stress quotidiano, torna a tormentare l’impazienza del ricordo. Che vuole tornare furioso. Sempre e comunque fino a ridurti ad un’accattone che mostra la sua bava agli schifati passanti.

    Non è così. Non funziona così perché non c’è nulla da far funzionare, cui cambiare immaginarie batterie, abbassare la levetta su “off” fino a sentire il tipico suono del giradischi intravisto in film d’epoca che, tolta la spina, canta a velocità progressivamente ridotta le sue ultime note. Fino a sembrare un grugnito indefinito dall’aldilà.

    Come pendolare sul bordo di questa fermata del tram, d’improvviso tutto si rianima. E nemmeno puoi metterlo nel preventivo dell’anno in corso così che, almeno l’anno che verrà, ti potrai rileggere il consuntivo. La stazione verdognola, coi cessi perennemente intasati e perciò in disuso si rianima di passanti, del saliscendi di nuovi esseri in transito.

    Passa e ripassa qualche volto si gira a guardarti per quelle interminabili frazioni di tempo che baratteresti volentieri per uno spettacolo di due ore di danza classica. A me che la danza classica, al contrario della musica, non è mai piaciuta perché, se posso dirlo con franchezza senza che si arrabbi nessuno, mi fa proprio addormentare.

    Ed invece i tram tornano a passare su quei binari che credevi più che morti, dimenticati, senza nemmeno la scintilla di un solo ampere che potesse permette a qualsiasi cosa lontanamente simile ad un locomotore di animarsi li sopra.

    Così le raffiche artificiali che sanno di ferro sbriciolato ad ogni transito e di elettricità, che preannunciano l’arrivo del prossimo convoglio, fanno levitare leggermente dei giornali abbandonati da un’umanità troppo disumana per rendersi conto della distruzione che si lascia dietro ad ogni rifiuto, e cerchi di rubare il titolo impresso a caratteri cubitali mezzo stravolto da migliaia di pieghe che descrivono la mancanza di attualità racchiusa tra le colonne dei suoi articoli.

    Lo sferragliare annuncia l’imminente arrivo. Oplà signori in carrozza mentre tentenno ancora qualche secondo per vedere se la voglia di saltare su è vera o è veramente stupido aspettare dieci minuti il prossimo passaggio.

    Brucia l’estate attorno nel gelido incontro della notte colle luci di questo surreale viaggio tutto ipotetico, subdolo sogno senza la legittima giustificazione di una bella sbronza che, almeno, farebbe le linguacce agli spasmi regalandoti il sonno con salutare stordimento finale.

Come sentire freddo a luglio e presagire che presto la neve cadrà, col sole di mezzogiorno, sui miei pensieri, sulle mani e questi capelli arruffati e stropicciati.



Inserito il 28/07/2009 00:33 da Gianluca Fiusco - Stampa Pagina




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