Quanti, tra noi, tra tutti, da bambini non hanno mai desiderato diventare medici? O, semplicemente, "guaritori" di una qualche risma.
La mamma che sta male, il nonno che se ne va, forse troppo presto, quando ancora non aveva ci aveva raccontato per la centesima volta della guerra e di quel farabutto in camicia nera che aveva mandato al confino i comunisti.
Ispirazione taumaturgica mista a quel senso di rabbia contro il dolore fisico vissuto da noi o dai nostri cari: dinanzi solo l’impotenza della giovinezza.
Viviamo un tempo malato. Un tempo che mette insieme i tempi di tutti e tutte. Tempi malati, i nostri. In fuga. Che si inseguono senza incontrarsi mai. E non si tratta certo o semplicemente di quel tanto che c’è da fare per farcela (scusate il gioco di parole) o dello stress di cui parliamo tanto a cui ci siamo così facilmente arresi.
C’è di più e altro nel tempo sfuggente che non è solo la velocità di fuga con cui lo osserviamo scorrere. Il tempo sfuggente è un’alternanza di veloce e adagio con cui non riusciamo proprio a sincronizzarci.
Abbiamo perso la voglia guaritrice che era, innanzitutto, capacità di ascolto e curiosità di conoscerci e di conoscere. Accorgersi della sofferenza altrui, forse per dare un senso alla nostra o, partendo da noi, empatia per i malanni altrui.
L’ascolto è rimasto orfano di quei bambini che, incuriositi e arrabbiati per la loro impotenza, cercavano di utilizzarlo come unica possibilità di comprensione.
Così, prendendo in prestito da De André il suo racconto della storia di un medico, sarebbe folle ma estremamente umano se recuperassimo l’ascolto prima della parola quale caratteristica indispensabile per entrare nuovamente in sincronia con la sabbia della clessidra della nostra esistenza. Un atto rivoluzionario sarebbe: un gesto umano.
Inserito il 27/06/2010 22:09 da Gianluca Fiusco - Stampa Pagina
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