Mercoledì 8 Settembre 2010
GianlucaFiusco.it


La cena della beffe

Un argomento, da giorni, cattura l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Un argomento su cui, però, non è stata finora fatta, a mio giudizio, un analisi svincolata dalla contingenza storica attuale. Provo a farla scusandomi fin da subito se non vi riuscirò.

La cena sarebbe quella a casa di Bruno Vespa, le beffe le hanno fatte Fini e Bossi ad un Berlusconi che aveva pensato alla quadra per chiudere, in un sol colpo, la partita delle intercettazioni, finanziaria e qualcosa di altro.

Eppure questo spaccato estivo da fine impero è sintomatico, assai sintomatico di ciò che ci aspetta nei prossimi mesi.

Proviamo ad andare oltre le letture che di questa cena sono state date. In particolare il tentativo, grossolano, di mettere insieme il leader dell’UdC, Pierferdy Casini, i vertici del Vaticano, card. Bertone, e la declinante classe politica al governo.

Intanto l’immagine evocata dalla “cena”, conferma che la Chiesa Cattolica non è soltanto un attore sociale e politico della società con cui dialogare, uno tra i tanti. Ma è un pezzo del sistema di potere più o meno palese che governa lo Stato e che, in una qualche maniera, rappresenta molto più di meri interessi elettorali: innesti di potere, di economia e di molto altro all’interno dell’apparato burocratico e statale. Ma questo non sarebbe sufficiente per garantire alla Stato Vaticano la partecipazione condizionante alle scelte di tutti i Governi e dell’attuale in particolare.

La Santa Sede ha il controllo di questi innesti. Può indirizzarne le scelte, condizionarne l’operato, ha insomma una capacità di intervento diretto nello Stato e sullo Stato, nelle sue ramificazioni e nella vita dell’apparato stesso.

Perciò siede al tavolo coi governanti, viene individuata come capace di condizionare e addirittura indirizzare le scelte politiche di un partito, l’UdC, che evidentemente inocula non già lo spirito nazionale, laico, di piena accoglienza per tutte le istanze che dalla società arrivano. Quanto piuttosto gli interessi particolare di uno Stato, quello Vaticano, che è anche sede dell’amministrazione di una religione, quella cattolica, ma in questo caso è sede di un Governo straniero.

Berlusconi con la presenza di Bertone, nell’ubi maior minor cessat, avrebbe voluto garantirsi, in un sol colpo, il sostegno dello Stato Vaticano ed il condizionamento delle scelte politiche del partito che, più degli altri, ne rappresenta gli interessi.

Ma non c’è qualcosa di più strano, in una situazione grottesca come questa, che mette in allarme quel sesto senso che è la buona coscienza?

Direi che è la cena in se stessa, come atto liturgico con cui celebrare la messa del potere, ad essere l’aspetto più grottesco e anomalo della situazione.

In ogni tempo sono esistite delle “camere di compensazione” dove il potere veniva esercitato all’interno di una cerchia ristretta di lobbies e aristocratici in grado di assicurarsi delle scelte favorevoli tra l’antipasto ed il dolce. In ogni tempo ed in ogni regime. Con più o meno pudore, maggiore o minore ostentazione.

Da anni sentiamo ripetere che la terza camera del parlamento italiano è il salotto televisivo di Bruno Vespa. Lui sornione ha sempre riso di questa definizione della sua trasmissione televisiva.

Ed in effetti la terza camera è casa sua, e gli scranni parlamentari i posti al desco del Grand Commis Bruno Vespa.

Bruno Vespa è uno di quei personaggi borderline che è sfacciatamente connotabile ma riesce sempre a giustificare con fine equilibrismo tutto il suo operare dietro le quinte.

Su di lui molti molto hanno scritto. Nel bene e nel male. Non è questa la sede per parlare dei contratti milionari e della qualità del suo lavoro di giornalista. Se è riuscito a sfruttare bene le opportunità che ha avuto non si può far altro che dargliene atto, al di la se i modi con cui ha saputo sfruttarle siano meritevoli o deplorevoli.

Qui il punto è un altro. C’è un signore che per svariate volte compare sugli schermi di diverse centinaia di migliaia, talvolta milioni di italiani, e che ha poi anche il tempo di organizzare una cena tra i potenti. Il tempo per la cena con loro e, prima ancora, di organizzarla per loro.

Forse Bruno Vespa è un fenomeno non ancora sufficientemente approfondito e studiato dell’italica stirpe. Insieme a Gianni Letta andrebbero studiati a fondo per capire cosa è il sistema di potere Italia e come un Berlusconi qualsiasi è condizionabile da questo sistema.

Fossi in Berlusconi proporrei a Vespa il ministero degli esteri o la cura delle grandi cerimonie governative.

Bruno Vespa compare sulle pagine dei giornali, insieme al Cavaliere, Casini e Bertone, proprio in concomitanza con l’ultima dichiarazione del presidente del consiglio: il diritto all’informazione non è assoluto.

Quanto Silvio Berlusconi si intendesse di storia e, ancor di più, di dottrine politiche lo si era capito fin dai novanta quando, sostenendo la candidatura di Gianfranco Fini, ancora non mondato dai trascorsi post-fascisti, a sindaco di Roma, sbottò contro un giornalista dicendo che non poteva sostenere certe cose (cioè che Fini fosse un fascista, nda) dinanzi alla svolta liberale degli ex-MSI!

Oggi il noto Berlusconi se la prende contro la libertà di informare. Parlando ai giovani araldi del messaggio delle Libertà Berlusconi si incarica di precisare quali libertà, secondo il credo apostolico da lui diffuso, possono essere considerate diritti assoluti e quali no.

E, in questo tentativo di precisazione, si raccomanda che tutti siano convinti che la libertà di informare non è un diritto assoluto, almeno non nelle vere “democrazie liberali”.

Chi sostiene la grossolanità delle parole di Berlusconi, le sue palesi forzature dei concetti, è un osservatore distratto.

Facilmente si potrebbe obiettare che la libertà di stampa, come quella di pensiero e di parola sono proprio i cardini delle libertà assolute del pensiero liberale. Quindi della democrazia liberale.

Purtuttavia Berlusconi non ha sostenuto che queste libertà non siano valori assoluti. Con un vezzo da velina con la cellulite che passa ore ad accentuare il contorno occhi per gli sguardi distratti degli spettatori televisivi, Berlusconi parla di “diritto” ad informare.

La sottigliezza non è da poco. Perché, mentre i diritti possono essere facilmente ricondotti all’individuo, le libertà hanno valore assoluto, universale, intangibile quasi.

Sarebbe come dire la vita è un valore assoluto, il diritto a vivere è relativo. Perchè dipende da molti fattori esterni e “interni” dell’individuo che determinano persino il desiderio di alcuni, malati terminali, di chiedere la cessazione di quel diritto a vivere.

La cena delle beffe orchestrata da Bruno Vespa, un giornalista, all’indomani della lectio magistralis di Silvio Berlusconi ai suoi paladini testimonia delle colpe che il giornalismo ha in se, delle enormi responsabilità dei giornalisti nell’aver se non determinato almeno non compreso in tempo, i rischi che questo Governo avrebbe comportato per la democrazia.

Ma c’è ancora qualcosa di altro. Esiste un partito di Berlusconi, il PdL, esiste il partito dei Berlusconiani, che è la somma di PdL e tutte quelle forze che ne sono direttamente alleate e indirettamente non ne sono dispiaciute.

Siamo al periodo del Berlusconprinzip che, come il Fürherprinzip, vede una folla di entusiasti che non ne sostengono direttamente le spavalderie, ma sono lì per compiacerlo e comunque non intendono contrastarlo più di tanto.

Se si potesse, in Italia, confrontarsi serenamente sulla deriva storica che stiamo attraversando, nessuno si scandalizzerebbe di mettere a confronto i sistemi e l’organizzazione dei partiti nei regimi fascisti che hanno imperversato nel ‘900, con le forme e l’organizzazione dei partiti oggi.

L’organizzazione del PdL risulterebbe molto più simile al NDAP di Hitler che non al PnF di Mussolini. Nel PdL infatti si ritrovano tutte le espressioni collaterali, seppure non a livello violento e poliziesco delle SA o delle SS, che caratterizzarono l’organizzazione del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Le stesse folle entusiaste ne sostengono l’operato, così come le ramificazioni organizzative (giovanili, femminili, culturali, propagandistiche) certamente non sono una innovazione storica di questa formazione politica. L’organizzazione stessa del consenso e i fini per cui questo consenso, spesso generico, è utilizzato sono molto affini all’organizzazione del consenso della destra sciovinista tedesca. A differenza che oggi la violenza è, per ora, confinata più sul piano delle intenzioni e verbale, nel controllo mediatico, che nelle azioni repressive per le strade.

La cena, le cene sono state anche per i leader di quelle organizzazioni, nei momenti in cui si costruiva la prospettiva di azione del partito o del Governo, parte del loro progetto politico. Non avvenimenti estemporanei, isolate dalla prospettiva della presa e della successiva riorganizzazione del potere. Servivano a costruire il consenso dei ceti economicamente più rilevanti e consolidare le garanzie per gli interessi dei rappresentanti delle forze sociali ed economiche più forti.

Il tentativo, seppure grossolano, non è nuovo nè per Bruno Vesta ma, soprattutto, per Berlusconi e i suoi. Ricorda peraltro l’azione di pressing nei confronti del giudice costituzionale Luigi Mazzella per preparare la strada al Lodo Alfano.

Siamo il paese delle cene, mentre in Europa si va verso le diete per contenere i deficit e la crisi. Chissà perchè...



Inserito il 12/07/2010 10:20 da Redazione - Stampa Pagina




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